Una storia d’amore
27 Novembre 2007
da “Il Foglio”
Si chiamava Manuela. Non ne conoscevamo il volto. Da sposata si chiamava Prandelli, da ragazza non sappiamo. Sapevamo che si era scoperta ammalata. Lo sapevamo perché il marito aveva rinunciato per lei a un’occasione importante nella sua carriera. Il marito era quel Cesare Prandelli che, ingaggiato come allenatore dalla Roma per il 2004-05, aveva rinunciato all’incarico appena prima dell’inizio del campionato. Nessuno aveva avuto da ridire, neppure i dirigenti della società, neppure la squadra, che quella decisione aveva lasciato in braghe di tela.
Prandelli aveva rinunciato ad allenare la Roma per restare accanto a Manuela, cui i medici avevano diagnosticato un cancro. In un mondo normale, in cui i sentimenti non sono parole, in cui “nella buona e nella cattiva sorte” non è una formula vuota da ascoltare con le dita incrociate in un gesto scaramantico, in cui l’amore e il rispetto di sé sono così intrecciati da diventare la stessa cosa, in un mondo normale, alla morte di Manuela e alla devozione e al dolore di Cesare non sarebbe dovuto che il nostro rispetto commosso.
E questo Cesare Prandelli si aspetterebbe da noi. Ma non ce la sentiamo di accontentarlo. Anche se con un poco di vergogna, con quel briciolo residuo di pudore che il nostro mestiere ci ha lasciato, sentiamo il bisogno di fare del suo dolore, del suo amore, della sua integrità, una notizia, un racconto. La storia di Prandelli non è unica, non è neppure rara. Conosciamo le vicende di uomini e donne senza un ruolo pubblico che sanno portare il loro fardello, nella buona e nella cattiva sorte, senza vittimismi, senza pretendere altra ricompensa che non sia la luce di un sorriso, che non sia una trepida stretta di mano.
Ma quelle persone, così utili al mondo, non bastano per testimoniare al mondo un modo di concepire la vita e i rapporti che ci piace. Non hanno un nome, se non per l’anagrafe e per i pochi che hanno la fortuna di essere loro amici. Prandelli vorrà perdonarci se non taciamo la sua storia di dedizione. Lui un nome ce l’ha. Il suo nome è scritto nella storia del calcio, è elencato tra i giocatori di una squadra, la Juventus che tra il 1979 e il 1985 ha vinto tre scudetti, una coppa dei campioni, una coppa delle coppe, una coppa Italia e una supercoppa europea.
Il suo nome è tuttora nel novero degli allenatori cui le grandi società pensano quando sentono il bisogno di competenza e di affidabilità. E’ Prandelli che nel 1998 riesce a portare il Verona in serie A. E’ lui che per due stagioni riesce a tenere a galla il Parma che già si dibatte nelle acque fangose della proprietà. E’ finalmente lui, che sa valorizzare gli uomini, a essere chiamato finalmente ad allenare la Roma. E’ lui che ha il coraggio di rinunciare al nuovo incarico per amore della moglie.
[Il Foglio]






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