Una delle più antiche domande che gli economisti si siano posti è: il commercio estero genera disuguaglianze?

Immaginiamo che il mondo sia composto da due paesi, uno ricco, che ha un vantaggio relativo nella produzione di beni ad alta intensità tecnologica (servizi finanziari, computer, etc.), e uno povero, che invece ha un vantaggio nella produzione di beni a bassa intensità (agricoltura, manifatturiero, etc.). Sei i due paesi commerciano, verranno spinti a specializzarsi nella produzione dei beni nei quali hanno un cosiddetto “vantaggio comparato”: in questo senso, il paese ricco non produrrà più beni a bassa intensità tecnologica, perchè sarà più conveniente importarli dal paese povero. Per fare un semplice esempio, oggi le grandi case di moda preferiscono far cucire i propri vestiti in Cina, perchè la manodopera costa meno. Possiamo allora domandarci cosa succede ai cittadini dei paesi ricchi che prima dell’apertura al commercio producevano beni a bassa intensità. La risposta è che potrebbero perdere il lavoro, o vedere i loro guadagni nettamente ridotti. Questo è il canale che in teoria connette il commercio estero con l’incremento della disuguaglianza.

Cosa dicono i dati? La previsione della teoria è supportata dall’evidenza empirica, e in che misura?

How can we quantify the actual effect of rising trade on wages?” Mr Krugman asked at the end of his paper. “The answer, given the current state of the data, is that we can’t.”

[The Economist]

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