Considerazioni mattutine sul figlio marginale
8 Maggio 2008
Sono stato molto toccato dalla lettera della donna incinta che decide di abortire, pubblicata da Repubblica qualche giorno fa. Cosa spinge una donna (o in generale, una famiglia) ad abortire, o ad avere un figlio?
Da un punto di vista aggregato, l’evidenza empirica è abbastanza chiara: nei paesi sviluppati il tasso di natalità è più basso che ne paesi in via di sviluppo.
Possiamo quindi dire, roughly speaking, che a livello macro all’aumentare del reddito il numero di figli procreati diminuisce.
Cosa succede invece a livello di singoli paesi? L’evidenza credo sia più complessa. Anche se non ho trovato al volo dei dati per supportare la mia tesi, credo sia opinione comune che nei paesi meno sviluppati i poveri abbiano più figli dei ricchi, mentre nel mondo occidentale siano i ricchi ad avere più figli dei poveri. Quindi, ciò che è vero a livello macro non è confermato a livello micro.
Perchè?
Dal punto di vista economico, mettere al mondo dei figli genera dei costi e dei benefici. In questo senso, i figli possono essere visti come degli investimenti a lunga scadenza, come direbbe Gary Becker. I costi sono immediati, o almeno si sviluppano nei primi anni di vita, e concernono le spese che i genitori devono fare per il sostentamento della prole. I benefici invece si vedono nel lungo periodo, quando i figli mantengono e aiutano i genitori anziani. Possiamo quindi affermare che, se il costo di mettere al mondo un ulteriore figlio è più basso del valore attuale del beneficio futuro che se ne potrà ricavare, il bambino nascerà. Allo stesso modo, una coppia invece smetterà di avere figli nel momento in cui il valore attuale dei benefici futuri sono esattamente uguali ai costi.
(Piccola nota: non ho usato a caso l’espressione “valore attuale del beneficio futuro”, mi spiego meglio dopo)
L’evidenza empirica può essere allora spiegata in due modi. Il primo riguarda un punto sollevato dallo stesso Becker: forse nei paesi meno sviluppati i benefici per i poveri di fare un ulteriore figlio sono più alti che nei paesi sviluppati, a causa dell’assenza di un sistema universale di assistenza agli anziani (altrimenti detto, sistema pensionistico). In parole povere, in Africa i ricchi possono permettersi di non fare figli, i poveri no, altrimenti da vecchi non se li caga nessuno. Possiamo definire questo un effetto intratemporale.
Ma assumiamo – lo scrivo con mano tremante – che i costi e i benefici siano uguali in tutto il mondo. Allora l’unico modo per spiegare i dati è pensare che in qualche modo nei paesi sviluppati le famiglie meno abbienti valutino di meno il futuro che nei paesi poveri (ecco perchè la pippa sul “valore attuale del beneficio futuro”). Possiamo definire questo un effetto intertemporale.
Sembra quindi che nei paesi meno sviluppati l’aspetto intratemporale prevalga su quello intertemporale, mentre avvenga il contrario nel mondo occidentale.
Torniamo quindi alla considerazione iniziale e passiamo alla policy. Se assumiamo che lo Stato italiano abbia incentivo a innalzare il tasso di natalità, cosa dovrebbe fare? In principio, dovrebbe agire sia sull’aspetto intratemporale sia su quello intertemporale: da un lato quindi ridurre i costi di mettere al mondo i figli (come si cerca di fare con vari bonus e detrazioni), ma anche aumentarne il valore attuale dei benefici futuri (riducendo le spese pensionistiche?); dall’altro, influenzare le preferenze intertemporali delle famiglie, incentivando il risparmio individuale (o tassando il consumo?).
[Repubblica]








8 Maggio 2008 at 3:49 pm
Sono MOLTO colpito dalla lucida analisi.
L’uomo è egoista.