Tasse e compensi dei top managers
19 Maggio 2008
Pink Floyd – Money
(Perchè avevo promesso un post sull’argomento…)
La riunione dell’Ecofin della settimana scorsa s’è chiusa con l’anatema del suo presidente Jean-Claude Juncker – supportato dal ministro italiano Tremonti – contro gli stipendi d’oro dei super-manager, ritenuti sproporzionati e degni di una tassazione ad hoc.
Cosa dice la teoria economica sull’argomento? Perchè gli stipendi dei super-manager sono cresciuti così tanto, e quale sarebbe l’effetto di un aumento delle tasse su di essi? La teoria fornisce quattro spiegazioni principali. L’aumento degli stipendi dei top-manager può essere dovuto:
- All’aumento del valore medio delle imprese presenti sul mercato (Gabaix and Landier, 2007);
- Alla definizione di stipendi con nuovi incentivi contrattuali (Murphy, 1999);
- All’ignoranza degli azionisti riguardo ai nuovi strumenti di pagamento (bonus, stock options) introdotti negli ultimi anni (Bertrand e Mullainathan, 2001);
- A un cambiamento strutturale nella natura del lavoro manageriale (Garciano and Rossi-Hansberg, 2006).
Ultimo in ordine di tempo, arriva il paper scritto dal mio amico Martin Bech Holte, dal titolo “Taxation, Career Concerns and CEO Pay“, che pare stia riscuotendo un buon successo in ambito accademico.
Nel suo modello teorico, la driving force alla base dell’aumento delle remunerazioni è rappresentato da un ulteriore canale: l’impossibilità da parte delle imprese di osservare a priori il valore dei manager, e l’aumento della competizione nel mercato del lavoro, come conseguenza della riduzione delle aliquote marginali per i redditi più elevati.
Proviamo a spiegarlo in parole semplici. Immaginiamo di avere sul mercato vari lavoratori, più o meno talentuosi. Immaginiamo inoltre che ci sia un certo numero di imprese, e che esse non possano osservare il reale valore degli agenti che devono assumere, ma solo la produzione che riescono a fare in un periodo di prova. Tale produzione dipende non soltanto dal talento (non osservabile) del lavoratore, ma anche dallo sforzo che impiega e da una cosa che non manca mai, il fattore-culo. In questo senso, un lavoratore poco talentuoso potrebbe benissimo avere un’alta produzione (perchè s’è sforzato tanto, o semplicemente per una botta de culo) e viceversa, quindi le imprese devono prendere una decisione in condizione di incertezza.
Sulla base della produzione, i lavoratori vengono classificati dal migliore al peggiore. Anche le imprese sono classificate, così che la migliore sceglie per prima, e poi la seconda e poi la terza e così via. Assumiamo che il numero di imprese sia inferiore al numero di lavoratori, così che alla fine del periodo di prova solo alcuni lavoratori diventeranno manager, e gli altri continueranno a essere semplici dipendenti. In questo contesto, il salario offerto dalle imprese ai futuri manager dipende dagli sforzi che i lavoratori non scelti hanno esercitato nel periodo di prova, perchè, se le offerte non venissero accettate, le imprese si rivolgerebbero a questi per assumerli. Per esempio, se io pretendo 100 per essere assunto e quelli dopo di me in classifica invece chiedono 80, l’impresa può benissimo dirmi: “Ciccio, noi ti offriamo 80 perchè potremmo sostituirti e prenderne uno che chiede tanto. Se non ti piace, non lavorare!”. In tal senso, l’offerta quindi si dice dipendere dalle “opzioni esterne” dell’impresa.
Arriviamo adesso al ruolo delle tasse. Esse influenzano direttamente i salari dei manager nel modo più ovvio: se diminuiscono, tutti i lavoratori avranno incentivo a segnalare meglio il proprio talento esercitando un maggiore sforzo. Di nuovo, solo alcuni lavoratori diventeranno manager, ma questa volta anche quelli che non verranno scelti avranno provato a lavorare di più e chiederanno un salario più alto. Di conseguenza, le opzioni esterne delle imprese saranno più costose, e i salari offerti aumenteranno.
Possiamo riassumere quanto detto nel seguente modo: l’economia soffre di un problema di asimmetria informativa, per cui l’incontro tra imprese e manager (il cosiddetto “match”) potrebbe avvenire in maniera non ottimale. La riduzione delle tasse spinge i lavoratori a competere di più, e questo meccanismo da un lato fa sì che i salari dei manager siano più alti, e dall’altro genera un maggior flusso di informazioni, e in definitiva un migliore match impresa-manager.
È facile a questo punto immaginare le conseguenze della proposta Juncker-Tremonti: un aumento delle aliquote marginali avrebbe l’effetto di ridurre la competizione sul mercato dei top-manager. Questo da un lato comporterebbe una riduzione delle remunerazioni – che è poi l’obiettivo della proposta – ma dall’altro un peggioramento del match imprese-manager, con conseguenze nefaste per tutta dell’economia.
Siamo proprio sicuri che Juncker e Tremonti abbiano preso in considerazione questi punti? O siamo di nuovo di fronte a un classico esempio di miopia della classe politica?
[governo.it]




