John Galt fra di noi

22 Ottobre 2009

È un fenomeno che è già stato notato in passato, e si sta rivelando ancora una volta di questi tempi: durante una recessione, le vendite di uno dei miei libri preferiti, Atlas Shrugged di Ayn Rand, schizzano alle stelle. La spiegazione più ovvia è da ricercarsi nella storia trattata da questo bellissimo romanzo: in un mondo distopico, in profonda crisi economica e morale, la classe dominante, accecata da un egalitarismo di stampo pseudo-umanitario e internazionalista, blocca l’economia, stabilisce controlli dei prezzi e nazionalizza le più grandi imprese d’America in nome del bene comune, spingendo le migliori menti del paese – industriali, ricercatori, artisti, letterati – a seguire il protagonista John Galt in una protesta definitiva: lo sciopero del pensiero.

E se invece la spiegazione fosse che tutto questo si sta avverando?

CFN041

[Telegraph, Wiki, Marginal Revolution]

Dieci lezioni in dieci anni

20 Settembre 2009

Esattamente dieci anni fa, lasciavo definitivamente Taranto per trasferirmi a Milano. Sono stati dieci anni di divertimenti, risate, partite del Milan, di viaggi e traslochi in più continenti, come molti di voi sanno per averli anche vissuti con me in prima persona. Ma quello che forse ha più caratterizzato questi dieci anni nel bene e nel male – e chissà quanto volontariamente – è stato lo studio. E allora, cosa so sul funzionamento dell’economia dopo dieci anni sui libri? Queste sono le dieci principali lezioni che ho imparato, o forse quelle che mi piacciono di più:

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La risposta più intelligente che ho trovato per ora è quella di William Easterly:

Economists did something even better than predict the crisis. We correctly predicted that we would not be able to predict it.

Per la spiegazione di quello che può sembrare un paradosso, leggere qui.

[Aid Watch]

Lezioni dal presente

17 Luglio 2009

Con la crisi finanziaria che sembra ormai aver superato il suo momento peggiore, Guido Tabellini si interroga sulle sue cause e sugli insegnamenti per il futuro. Il punto fondamentale dell’articolo è che il crollo dei mercati non è interamente da imputare all’ignoranza - o all’avarizia - degli operatori finanziari, ma anzi sopratutto alla miopia dei regolatori:

There is no doubt that the crisis has revealed a serious failure in one of the most sophisticated markets in the world – modern finance. One of the crucial tasks of financial markets is allocating risk. They have failed stunningly. Risk has been underestimated, and many intermediaries took excessive risks. [...] A crisis of these proportions cannot have stemmed exclusively from mistakes in risk management. The reason is that high-risk investments were relatively small compared to the overall dimension of global financial markets (Calomiris 2007). Many observers expected that the American real estate bubble would burst. But few imagined that that would overwhelm financial markets all over the world. If this has happened, it must be that the shocks hit important amplifying mechanisms. This amplification can largely be attributed to financial regulation. In other words, even more than a market failure, the crisis was triggered by a failure of regulation (see the eleventh ICMB-Geneva Report, summarised by Wyplosz 2009).

Tabellini punta in particolare l’attenzione sulla prociclicità dei limiti al capitale delle banche e sull’imposizione del mark to market nella valutazione degli asset in portafoglio:

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Il commento ai fatti europei pubblicato dall’Economist di questa settimana nella rubrica Charlemagne apre con un quiz:

HERE are three Europeans, talking about the best way to help car workers in the recession. For the first, the state must use “all means necessary” to preserve key industries: ie, give carmakers billions of euros. In return, it is “quite normal” to ask them to halt lay-offs, to keep existing factories open and if possible to “bring production home” from lower-cost countries.

A second European says that governments should focus on ensuring individual workers are employable, not propping up uncompetitive firms. For him, the problem with the car industry lies in “the overproduction of cars that nobody wants to buy.” That leads him to a blunt conclusion: save the workers, not the factories that turn out such clunkers. In his words, “when a ship is sinking my main aim is to save the sailors, not the ship.”

That robust second view is echoed by our third European. It is natural for labour-intensive jobs to go to low-cost countries, he says. Higher-cost countries can make things only if they innovate, focus on high-end products and ensure they are the “best in class” worldwide. But if firms are not competitive they should not survive. “Nobody is helped by having people employed in companies that aren’t viable.”

Chi sono? La sorprendente risposta qui sotto:

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Quick Link

28 Maggio 2009

Abbandoniamo la politica italiana e torniamo a parlare di cose serie. Alan Blinder ci ricorda che alla base della crisi finanziaria americana c’è sempre un problema di incentivi.

[WSJ]

Finanza e lavatrici

3 Aprile 2009

Nel mio ultimo articolo per LibMagazine parlo di come (non) funzionano i mercati finanziari, del G20, dell’acquisto di una lavatrice, e della mamma.

[LibMagazine]

La Casa Bianca ha comunicato alla Chrisler che potrà ricevere il tanto atteso finanziamento pubblico solo se stipulerà entro trenta giorni una partnership con la Fiat.

Non ci resta che ammirare i dirigenti della casa automobilistica di Torino: dopo aver vissuto cinquant’anni sulle spalle dei contribuenti italiani, si stanno spostando all’estero. Caro presidente Obama, ma lo sa che la Fiat dal 1975 a oggi ha incassato dallo Stato italiano qualcosa come 110 miliardi di euro?

[NYT, Dilatua.libero.it]

Ricetta anticrisi…

27 Marzo 2009

… Secondo South Park.

L’ultimo Staff Report della Dipartimento di Ricerca della Federal Reserve di Minneapolis traccia un parallelo storico tra le crisi finanziarie che hanno colpito i paesi sudamericani nella prima metà degli Anni Ottanta e l’attuale crisi che attanaglia gli Stati Uniti e l’Europa.

Il confronto tra Cile e Messico è impietoso: pur soffrendo entrambi i paesi di una crisi di liquidità nel sistema creditizio, i primi hanno nazionalizzato e riprivatizzato le banche nel giro di tre anni, e stabilito una regolamentazione chiara che permettesse al mercato di canalizzare il credito a prezzi di mercato, verso le imprese più produttive. I secondi invece hanno seguito la strada del controllo pubblico e del salvataggio delle imprese in difficoltà, un po’ come stanno cercando di fare gli Stati Uniti oggi. Così facendo, hanno limitato la naturale uscita di scena delle aziende meno produttive e distorto gli incentivi economici alla base della crescita.Il risultato? Giudicate voi.

chilemex

La conclusione dovrebbe far riflettere tutti i keynesiani che filosofeggiano sui giornali e sul web in questi mesi:

Studying the experience of countries that have experienced great depressions during the twentieth century teaches us that massive public interventions in the economy to maintain employment and investment during a financial crisis can, if they distort incentives enough, lead to a great depression. Those who try to justify the sorts of Keynesian policies implemented by the Mexican government in the 1980s and the Japanese government in the 1990s often quote Keynes’s dictum from A Tract on Monetary Reform: “The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead.” Studying past great depressions turns this dictum on its head: “If we do not consider the consequences of policy for productivity, in the long run we could all be in a great depression.”

[MinneapolisFed]